-

Virginia è morta.
Mi ha lasciato a pagina 463.
Un paio di giorni dopo aver cucinato “merluzzo e salsicce” per lei ed il marito Leonard.

L’ultima data sul Diario è domenica 8 marzo, 1941.
Periodo di bombardamenti su Londra.
Francia, Olanda e Belgio già sotto i tedeschi.

I coniugi Woolf erano ebrei.

Nelle ultime pagine gli scritti si fanno sempre più cupi, preoccupati, introspettivi, di una tristezza nebbiosa, appiccicaticcia, che intasa ogni pensiero creativo. Ma lei resiste. Scrive e legge ancora molto. Cerca in tutti i modi di combattere la sua depressione.

La mia tristezza è lontana quasi 70 anni dalla sua.
Virginia non ha mai visto la fine della seconda guerra mondiale.
Al prossimo post in cui mi lagno inutilmente come una povera vittima esistenziale dovrò fustigarmi.

Quand’è stata l’ultima volta che la fine di un libro mi ha scorticato l’anima fino a svuotarmi di tutto?
Avevo 13 mi pare…era Il Signore delle Mosche.

Ma Virginia è stata vicina al mio cuore.
Forse perchè non era un romanzo. La forma “diario letterario” te la fa vivere in modo più intimo e diretto.
Mentre scrive ha il sentore che i suoi diari potrebbero essere pubblicati, “un giorno”, ma non ne ha piena convinzione.
In alcuni passi rivolge la parola solo a se stessa e in altri sembra scrivere per un pubblico di privilegiati; usa il “voi”.

E’ così surreale parlare di qualcuno ce non c’è più da così tanti anni. So che non ce l’avrebbe fatta ad immaginare una cosa simile e se le avessero offerto un viaggio nel tempo non ci avrebbe creduto ugualmente. Posso capirlo ora. Che mi ha raccontato tanto di sè.
Lei, che pensava di valere, certo, ma che metteva sempre in dubbio le sue qualità da scrittrice a lungo termine.

Un ragionamento che potrà sembrare assurdo, mi porta a credere che se la Woolf fosse vissuta ai giorni nostri avrebbe avuto un blog.